La barca del pescatore poeta

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C’era una volta un pescatore di Numana, si chiamava Guido, ma non abbiamo mai saputo se fosse quello, in realtà il suo vero nome. Partiva la notte alla ricerca di galinelle, calamari, canocchie e capesante. Partiva di notte, quando il freddo ti taglia la faccia e ti entra nel cuore come un fendente. Prendeva le reti, i filaccioni e tutto il necessario, compreso un taccuino per gli appunti.

In paese lo chiamavano il poeta pescatore, perché amava citare versi di Boudelaiere e Verlaine, e scriverli sulle tovaglia di carta delle osterie dove passava le sere, essendo un uomo solo. “Non mi serve qualcuna che mi consoli tra le lenzuola – diceva – ho i miei libri, i miei poeti e il mio gemello mare.

Lui sì, ha ingigantito la mia libertà”. La sua barca si chiamava Dama in onore di una misteriosa turista adocchiata in città in una notte di giugno di dieci anni prima. Uno sguardo e niente più. Nemmeno una promessa. Nemmeno il nome. Per lui sarebbe stata per sempre una Dama, una donna eterea alla quale dedicare pensieri e parole. Ogni volta che scendeva in mare, quella Dama prendeva forma nel riflesso dell’Adriatico.

Una mattina, Guido guardò l’alba dalla sua barca. Il colore del mare gli ricordò il blu degli occhi della Dama che avrebbe continuato a sognare per tutta la vita. Quegli occhi che non lo facevano più dormire per due ore di fila. Decise allora che la sua barca si sarebbe chiamata Dama Blu, in onore della donna che mai avrebbe potuto avere e di quel mare che invece era suo. Per sempre.


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